Canzoni.
Stage diving.
Maledetta sfortuna.
Fottute canzoni strappacuore.
Alberi addobbati perché qualcuno voleva un natale.
Stage diving riusciti maluccio.
→Music |
Canzoni.
Stage diving.
Maledetta sfortuna.
Fottute canzoni strappacuore.
Alberi addobbati perché qualcuno voleva un natale.
Stage diving riusciti maluccio.
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Parliamoci chiaro: se i Finisterre avessero iniziato la propria carriera negli anni '70, sarebbeero di continuo menzionati assieme ai vari Banco, PFM, Area, Le Orme, New Trolls, gruppi questi ultimi che grazie al loro talento sublime hanno saputo guadagnarsi l'immortalità artistica; durante tale decennio il gruppo genovese era pressoché infante, e al momento dell'esordio correva già l'anno 1993 ahimé, troppo tardi per comporre qualcosa che non fosse già sentito o comunque eccessivamente derivativo, secondo certa critica troppo zelante nei confronti dei venerandi della generazione precedente.
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Nelle sue peregrinazioni siderali, il divino torna a far tappa a nella città eterna e a recarle dono artistico prezioso: gli irlandesi God is an Astronaut visitano per la terza volta il suolo capitolino, il cui pubblico si reca sempre più numeroso alle loro esibizioni. Freschi di remastering dell'intero catalogo, il trio Kinsella/Kinsella/Hanney si presenta in formazione estesa con Jamie Dean alle tastiere, con i quattro pronti a tenere la ribalta con il repertorio prodotto durante la loro decennale carriera.
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Sarebbe davvero ipocrita scrivere degli Shandon in terza persona, in onore di un'imparzialità critica che risulta davvero fuori luogo al cospetto di un gruppo che mi travolse come forse nessun altro all'epoca, e che pur latitando negli ascolti degli ultimi anni, riesce sempre a colpirmi dritto al cuore, vuoi per arrangiamenti vuoi per testi.
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Diretti, crudi, sinceri. E definirli musicalmente discreti sarebbe grave torto, anzi; i Fine Before You Came fondono sapientemente elementi provenienti dal post-hc, dal post-rock e dal math-core, con un gusto particolare per i testi ermetici e concreti. La loro musica però non si può assolutamente ridurre a lista di stilemi o ad una mera scaletta: i loro brani grondano sangue senza evocarlo direttamente, sono pugnalate di verità il cui pregio maggiore è quello di essere reali senza scadere nella teatralità propria di certo esistenzialismo tragico, né in atmosfere post-industriali talvolta davvero forzate.
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Il soggiorno capitolino del duo anglo-israeliano avrà sicuramente destato reazioni opposte, come del resto da sempre vengono riservate alla loro opera, così densa ora di precisione barocca, ora di impeto genuino. Appena reduci dalla terza prova su lunga distanza [Welcome to my DNA], i Blackfield devono subito adempiere al dovere morale di privarla dell'aura derivativa che la caratterizza in sede live, visto che il disco si presenta come un centone di idee già sentite, con un paio di picchi di ispirazione e molto materiale oggettivamente mediocre, in grado di suscitar devozione solo nei fanatici più ottusi.
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