[1996] Porcupine Tree - Signify


[1996] Porcupine Tree - Signify

Dei porcospini e più in particolare del recatore di aculei principale si è sempre parlato in misura considerevole: ai molti sostenitori han sempre fatto eco zelanti detrattori, pronti in ogni occasione a ricordare tributi passati e limiti compositivi presenti di tutta la produzione di Steven Wilson e compagni. Al cospetto di questo lavoro sarà bene metter da parte i pareri più tiepidi e lasciarsi coinvolgere dalle aspettative più liete a riguardo: Signify è un'opera completa, matura e compiuta, che offre spunti interessante da molteplici punti di vista.

È il 1996, dopo l'ambiziosa e magniloquente prova di The Sky Moves Sideways; i Porcupine Tree fanno tesoro dell'insegnamento floydiano, e recano loro omaggio esplicito nel concepire un disco dalla struttura affine al celebrato Wish You Were Here, dove ai folli diamanti iniziali e finali si sostituiscono mobili cieli: il lavoro è assai valido, e spazia tra progressività solonne e psichedelia pura, sebbene si ecceda nel ricalcare durate estreme, per quanto mai prolisse.


In Signify si scorgono le prime evoluzioni concrete a riguardo: il viaggio annovera episodi brevi e autoconclusivi (la title track), spesso appartenenti alla forma canzone più tradizionale (Sleep of no Dreaming, Every Home Is Wired), talvolta più dilatati e sperimentali (Idiot Prayer, Intermediate Jesus), il tutto senza mai privarsi della cura certosina di Wilson per le timbriche e la produzione finale; del resto è lecito pretendere atmosfere profonde, presenti e mai banali quando nel novero dei propri collaboratori si può contare Richard Barbieri, e l'ex-Japan conferisce al disco una delle ambientazioni meglio riuscite in tutta la loro carriera, ponendolo in una dimensione immediata e mai oppressiva, a confronto di certo manierismo barocco e soffocante proprio del progressive, specie di quello più neo.

Dei porcospini non ancora troppo cresciuti.
Dei porcospini non ancora troppo cresciuti.

A dispetto di quel che si possa pensare però, non è opera sua la spettrale progressione di masse sonore che è Light Mass Prayer: essa è invece frutto dell'anima ritmica, al secolo Chris Maitland (già No-Man ed I.E.M., poi Kino e Guilt Machine), che segna l'opus porcupiniano con un unicum sicuramente fonte di sana invidia per lo stesso Wilson.

L'occhialuto ex-programmatore, figura di spicco oggettivo all'interno del gruppo, indossa panni alienati ed ermetici in Waiting, uno dei manifesti del quartetto: in essa si fondono il gusto ricercato per la chitarra acustica, sostegno portante di gran parte della produzione successiva (Stupid Dream, Lightbulb Sun, In Absentia), assieme ad arrangiamenti psichedelici dalle abbondanti tinte elettroniche a partire da quella cassa in quattro quarti che già si era fatta apprezzare tempo addietro con Up the Downstairs, ed a seguire con l'oscura parte seconda del brano stesso, che dalla prima eredita solo lo scheletro percussivo per poi evolversi in maniera totalmente sinistra; del resto è il boom della rave-culture, momento in cui Underworld, Moby, Prodigy, Massive Attack e Chemical Brothers guadagnano ribalte importanti sia a livello musicale che cinematografico grazie al proprio supporto sonoro per il cinema di successo: Wilson impara la lezione ed impartisce una seria lezione di musica ai limiti dell'industrial con Idiot Prayer, supportato dal buon Colin Edwin al basso nel mantenere vivo il groove.

Idillio inaspettato è invece Every Home Is Wired, con il cantante in veste di profeta visionario a mostrarci immagini di un futuro cablato e connesso, fin troppo verosimili a cospetto degli sviluppi effettivi: il brano è in chiaro debito con molti stilemi di Gilmour e Waters, a partire dalla cura per i cori fino alle armonie delicate e tenute vive da chitarra gentile e mai invasiva; prove di canzone propriamente detta erano già ben riuscite precedentemente nel disco con Sleep of No Dreaming, cupa e solenne, e con Sever, più aggressiva specie nella coda.

Se l'esperienza era iniziata in maniera quasi minimale con l'eponima cavalcata (nota alla platea peninsulare grazie ad un passaggio addirittura su rete nazionale poco dopo l'uscita del disco in occasione di una kermesse musicale), essa trova un finale massimamente articolato in Dark Matter: i minuti iniziali sono ascesa lineare per l'esplosione centrale, affermazione di pura coscienza sia musicale che di pensiero tramite le liriche per i porcospini; protagonista ora un inciso alla chitarra acustica, ora un movimentato tappeto d'organo, e per chiudere massima libertà alla pedaliera di Wilson, pilotata come consuetudine a piedi scalzi in modo da avere massima sensibilità nel plasmare il suono del proprio strumento.


Non si può esprimere giudizio completo su Signify senza l'ascolto della versione rimasterizzata ed estesa edita nel 2004, corredata dalla collezione di b-side e demo Insignificance, ma soprattutto dell'imprescindibile live romano Coma Divine, espressione massima del periodo psichedelico della band che propone l'esecuzione di buona parte del disco in oggetto, reputato a buon diritto una pietra miliare della discografia dei Porcupine Tree nonché prodotto di assoluto valore nel decennio d'appartenenza.



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