Zero.


Zero.

La sera del 26 settembre del 2000 gli Smashing Pumpkins si esibivano al Palaghiaccio di Marino, io avevo sedici anni ed ero già grandicello per potermi definire ancora a little boy, so old in his shoes, e non avevo inoltre giustificazione per non conoscere chi stesse suonando a un paio di chilometri da casa mia.

Attenuanti però ne avevo: a casa si ascoltava musica raramente e mai successiva al 1979, io non possedevo uno stereo in camera né tantomeno una lira per comprar dischi, e tra i miei amici non c'era nessuno che potesse farmi da mentore. Quando finalmente ebbi un dispositivo con cui poter almeno ascoltare radio e CD, tra la tanta merda che all'epoca non mi pareva tale, mi giunse all'oreccho un brano dalla musica bella e dal testo che il mio inglese già autonomo mi permetteva di idenfiticare come bellissimo.

Era il secondo singolo dell'ingiustamente bistrattato Machina, era la canzone che sarebbe diventata forse la mia preferita della loro produzione, era Stand Inside Your Love.


Dicembre 2000

Un vicino mi prestò il suo modem e complice l'assenza dei miei genitori, mi collegai per la prima volta ad Internet da casa mia: il chiasso dell'apparecchio al connettersi suonava come la chitarra di Corgan per me, qualcosa di completamente nuovo e volto ad aprirmi un mondo per me sconosciuto, selvaggio e fantasatico.

La prima cosa che feci non fu cercare del porno, bensì scaricare Try, try, try, versione tratta da Machina II, primo mp3 da me prelevato direttamente dalla rete. Ci misi venti minuti abbondanti, trascinai il file dentro Winamp, lo ascoltai con devozione. Poi passai a Jenna Jameson.

Negli anni a venire le finanze familiari non sarebbero state compatibili con il mio appetito musicale; la diffusione di connessione a banda larga continuava poi ad ignorare il mio paese del cazzo, ergo non potevo reperire album nella misura in cui avrei voluto. Ogni mese venivo sottoposto all'ordalia per l'esorbitante bolletta telefonica, mi veniva chiesto cosa avessi da parlare con quelli di Internet, perché fossero degni della mia attenzione mentre loro, i miei genitori, no.


Giugno 2003

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Mi presento all'orale di maturità in costume a fiori "perché poi dovemo anna' a Torvajanica professo' eddaje su", esordisco con una tesina su Charlie Brown, rispondo con perizia alle domande della commissione e appena i miei amici terminano onoriamo la nostra promessa balneare. Pensavo solo a Catullo, Orazio, Nietzsche, Baudelaire, ma mi iscrissi alla facoltà di fisica, perché in fondo ero sempre stato eccellente nelle materie scientifiche, e almeno avrei lavorato subito, e quei libri me li sarei sempre potuti leggere prima di andare a dormire.

Sì, riuscii a partorire autonomamente un argomento simile.

A dire il vero, avevo paventato l'idea di iscrivermi a filosofia, ma "oh nun fa' cazzate, te sei 'na macchina devi anna' a ingegneria", cosa che semanticamente non fa una piega.

Odiai pressoché ogni singolo giorno dei sette anni trascorsi in quell'edificio tetro e sconsolante, che mi mise innanzi a boriosi pubblicani che osavano chiamarsi come professori e visto cambiare tre corsi di laurea prima di prendere l'inutile ammasso di cellulosa.

In quegli anni laceravo irreparabilmente il rapporto con la mia famiglia, vedevo indebolirsi almeno per forma quello con i miei amici più intimi, sparsi noi tutti tra i vari atenei di Roma, ed ero oppresso dal perverso ed errato pensiero che oramai ero troppo vecchio (21 anni, ndm) per poter avere una ragazza.

Nel frattempo però reperii tutti quei dischi di cui potevo solo ammirare la copertina nei negozi, tra cui brillava un doppio coperto di stelle, il cui prezzo non scendeva mai mai mai.

La mia cultura musicale dell'epoca era decisamente meno vasta di quella che possiedo adesso (che vasta non posso ritenere, per socratica devozione), ergo quelle 28 canzoni costituivano per me un monumento, l'apice dell'arte, la cifra dell'esistenza umana.

Quale cifra?

Zero.

Mi dividevo tra l'epica Tonight, la feroce Bullet with Butterfly Wings, la buffamente titolata Porcelina of the Vast Oceans, la solare 1979. E non che ci fossero filler, faccio fatica tuttora ad individuare momenti deboli nella crepuscolare opera corganiana.

Imparai poi ad amare Adore e Gish, a tuffarmi in Siamese Dream, ad ascoltare tutti i b-side bellissimi di The Aeroplane Flies High. E i bootleg, le cover, le versioni acustiche, le storie dei membri della band, chi aveva mollato (D'arcy Wretzky), chi era venuto dopo (Melissa Auf der Maur), chi c'era quasi sempre stato (Jimmy Chamberlin) e chi sempre sempre (James Iha).

2004-2014

Corgan da solo, meglio di quel che ti saresti aspettato.
Corgan da solo, meglio di quel che ti saresti aspettato.

Quanto accaduto nel decennio in questione è irrilevante ai fini della narrazione, ammesso che essa stessa abbia uno scopo. All'inizio del medesimo avevo però perso le speranze di vedere gli Smashing dal vivo a causa della loro separazione apparentemente definitiva: le dipendenze di Chamberlin, le vendite evidentemente non più all'altezza, la sfortunata parentesi di Corgan a nome Zwan.

Il mito delle zucche era destinato per me a rimanere tale.

Nel 2005 Corgan pubblicava il suo primo e unico album solista (The Future Embrace), da tutti bollato come un clone sbiadito di Adore: il testone pelato e il suo rock da disadattato bipolare avevano fatto il proprio corso, qualcuno provava a ridurlo a concausa della morte di Cobain a causa del suo flirt con la Love (che se non altro ci lasciò tra le altre le bellissime Malibu e Petals, da Celebrity Skin).

Quel disco, a meno di un paio di capitoli evidentemente fiacchi, era ed è dignitoso: annovera un duetto con Robert Smith (cosa che non proprio tutti possono vantare - oddio se ci penso addirittura i Crystal Castles), e almeno tre-quattro brani che se suonati a pieno organico non avrebbero sfigurato se fossero apparsi nei primi dischi della band.

Corgan pare non poter abbandonare il suo passato, e torna ad abbracciare i suoi ortaggi preferiti: 2007, della formazione iniziale resta ben poco se non il nome, esce Zeitgeist; ammetto che la sua produzione di lì in poi si divide tra il pretenzioso (vedi progetto Teargarden by Kaleidoscope) e il prescindibile (vedi l'album Oceania).

Ma nuovi dischi degli Smashing = nuovi concerti degli Smashing, o se preferite:

(nuovi dischi degli Smashing) -
(nuovi concerti degli Smashing) =
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Zero.


Novembre 2014

Poco dopo il ponte di Ognissanti mi giunge per e-mail la notizia della "presentazione intima ed esclusiva del nuovo disco da parte di Billy Corgan per il pubblico di Berlino". Seguo il link in esso contenuto per conoscere ulteriori dettagli, e sbatto contro un avviso di mancata disponibilità di biglietti.

Leggo meglio, e vedo che i biglietti non sono ancora disponibili, e che sarebbero usciti di lì a qualche giorno, per una cifra decisamente esosa peraltro. Per un attimo mi balena l'idea di rinunciare, ma per fortuna rinsavisco giusto in tempo per reperire il mio diritto di ingresso.

I giorni precedenti alla data scorrono rapidi ma senza particolare pensiero rivolto ad essa: il giorno prima assisto al bellissimo concerto dei The Clientele, mentre il pomeriggio stesso è segnato da un freddo lacerante, che sebbene conoscessi già era solito quantomeno presentarsi a ridosso dei Saturnalia a queste latitudini.

Dopo un paio d'ore di attesa divisa tra fila al gelo e presa/difesa di posizione in sala, inizia a tessersi l'incantesimo che mi avrebbe avvolto per l'ora seguente: sale sul palco uno dei pochi idoli che ho avuto in quanto tale, che amo ed ho amato per la sua figura.

Quel viso, quella voce, quella chitarra: sta suonando un brano che non conosco (dal nuovo disco, inedito appunto), non presto pressoché attenzione alla musica perché devo ancora realizzare di essere a una manciata di metri da lui.

Le prime note conosciute sono quelle di Hummer, mi illumino poi al limite del pianto con Tonight, ed inizio a credere davvero che l'impossibile sia possibile stasera.

Raramente mi lascio andare ai concerti, le poche volte che accade è per momenti fuori dal comune. E sinceramente non ho memoria di un istante più unico di quando Corgan ha lasciato andare la chitarra per la fine del riff d'apertura di Stand Inside Your Love: tra i sogni più sepolti, quello di ascoltare e vedere simile bellezza dal vivo. E ti ritrovi in seconda fila a gridare e a sbracciarti e a cantare quel testo bellissimo, a sentire i tuoi fianchi lancinare di dolore, a percepire il tuo torace chiederti pietà, e ad ignorarne bellamente la supplica perché tu vuoi essere quella canzone.

Una tregua sarebbe tanto necessaria quanto improbabile, perché presto giunge la doppietta della vita, che neanche il Manchester al Bayern nel 1999, o Inzaghi ad Atene nel 2007.

Bullet with Butterfly Wings.

Zero.

In ordine inverso rispetto al disco, senza Here is no why di mezzo.

Tutto come lo hai sempre immaginato, sognato, bramato, ghermito: quella pausa in cui Corgan ci ricorda che emptiness is loneliness, and loneliness is cleanliness, and cleanliness is godliness, and god is empty just like him.

E tu chi cazzo sei per sentirti meno vuoto di lui?

E lui pare un angelo bianco o nero o non importa di che colore, quando declama che il mondo è un vampiro su quell'incedere quadrato, poi lacerato dal ripetersi di rabbia, topi e gabbie.

E grida a Dio, come vent'anni fa per la prima volta, e lo implora di considerarlo l'unico e prediletto, sebbene gesucristo fosse l'unico figlio, per Lui.

Scorgo la soglia del dolore fisico, vengo curato da Disarm: senza campane invece che come nel disco, solo lui e la sua chitarra. Per chiudere, Corgan si traveste da Judas Priest e mi seppellisce con 10 minuti di Silverfuck, tirata a lucido e resa violentissima per l'occasione. Raccoglie poi gli interminabili applausi con umiltà, si inchina, saluta e lascia la scena.

In tutta sincerità mi sarei aspettato un divo pronto ad abusare del proprio status per reggere la scena, invece ho assistito all'esibizione di un artista totale, musicalmente impeccabile ed emanante amore puro per l'arte che lo ha reso noto e cui ha dato tanto; si avvera un sogno cullato per quasi tre lustri, torno a casa ancora incredulo, e solo ora inizio a conferire dimensione razionale a quanto vissuto.

Ci si sente vivi solo nei momenti molto belli e in quelli molto brutti: grazie per avermi accompagnato sempre nei secondi, e per avermi regalato uno dei più fulgidi tra i primi.

Corgan, ai tempi di Adore.
Corgan, ai tempi di Adore.


Nota curiosa, almeno per me: tutte, e dico tutte le ragazze che ho avuto (attuale compresa), non hanno avuto nelle loro grazie la voce di Corgan: "Sembra una papera", "Canta con una molletta al naso", "La musica ci sta ma lui non si può sentire".

Verrò sempre da solo a vederti Billy, che ci posso fare.