All'altromondo


All'altromondo

William Blake, The Ancient of Days - 1794

Era uno dei rari giorni in cui stavo riuscendo a concludere qualcosa in ufficio, mi sentivo quasi degno di occupare e scaldare quella sedia ergonomica, che chissà quanti soldi sarà costata. Tanta concentrazione fu però interrotta dallo zelo di uno dei capireparto, venuto a riferirmi un appunto delle segretarie.

– Signor Caponera, le devo chiedere una cosa.
– Lo faccia pure.
– Si ricorda di quando le abbiamo dato numero uno copie della chiave dell'ingresso, e numero uno copie della tessere magnetica dell'ingresso?
– Come fosse ieri.
– Bene, la signora Schmidt e la signorina Meyer si domandano perché allora lei citofoni ogni mattina per entrare, invece di utilizzare le chiavi.
– Fa freddo, e mi scoccia togliermi i guanti per cercare dove abbia ficcato le chiavi.
– Lei scialacqua le nostre risorse umane signor Caponera, la prossima volta usi la chiave, è per questo che gliel'abbiamo data.
– Me ne ricorderò, grazie per avermelo fatto notare.

Il mondo funziona così. Due culiflaccidi erano stati assunti per rispondere al citofono ed aprire la porta, e quando io suonavo al citofono affinché mi venisse aperta la porta, questo costituiva peccato. Ogni volta che uscivo dall'ascensore venivo accolto da uno sguardo di infastidita sorpresa, ecco finalmente il perché. Mi ci avete chiamato voi a lavorare, se ne preferivate uno più alto o più bello potevate dirlo da subito. A ridosso di natale culoflaccidouno portava in testa un cerchietto su cui erano montate corna di renna, per tutto il giorno. Era chiaro non avesse mai preso alcuna decisione autonoma in vita sua. Se fosse scoppiato un incendio nell'edificio, evento di cui molto probabilmente io sarei stato il primo sospettato, lei non sarebbe fuggita senza prima aver ricevuto ordine esplicito da un suo superiore. Sarebbe piuttosto arsa viva con le sue corna del cazzo, urlandomi di non azzardarmi a citofonare mai più neanche all'inferno.

Culoflaccidodue invece avrebbe avuto grosse difficoltà nel vincere una partita a scacchi contro del plancton, la salvava il fatto che per il plancton fosse davvero difficile muovere i pezzi e quindi si sarebbe aggrappata alla patta per mancanza di mosse. C'era sempre l'eventualità di morire strozzata dopo essersi ficcata un alfiere in gola però. Ogni mattina le salutavo col sorriso, come a dire guardate anche se la mia presenza vi manda in corto il cervello ed io vi ritenga degli scarti subumani, non ho niente contro di voi. Loro interrompevano il nulla di cui si stavano occupando per far eco al mio saluto, pronunciato con le consonanti e dieresi giuste.

Il giorno seguente citofonai, ed aprii poi con la chiave.

– Signor Caponera, stamattina ha citofonato di nuovo.
– Scusi signorina, è l'abitudine. Spero di non aver interrotto niente di importante.
– Signor Caponera, niente è più importante del benessere dei nostri impiegati. Stia attento però, ha le chiavi.
– Scusi signorina. Lei crede che l'etica sia un prodotto intrinsecamente umano, o che già in natura si possano osservare dei comportamenti che vanno oltre il mero tornaconto personale?
– Signor Caponera, non sono autorizzata a rispondere a domande di questo tipo.

Credo il mondo sarebbe un posto molto migliore, se tutti potessimo uccidere impunemente tre individui nella nostra esistenza, senza dover rendere spiegazione alcuna a riguardo. Tre stelline in fronte baby, così sai quanti colpi restano alla gente. Si giocherebbe pulito, altroché. Odi i tuoi genitori, ti hanno picchiato violentato preferito tuo fratello strozzato ogni sogno? BAM! BAM! E ti avanza ancora un colpo per quel deficente che prova a passarti davanti in fila alle poste. Ci sarebbe molto più posto in metropolitana perdipiù. Quel giorno infatti non avevo proprio voglia di ficcarmi in un treno giallo pieno di potenziali vittime della mia terza pallottola, quindi imboccai Leipzigerstraße e girai una volta raggiunta Friedrichstraße. Volevo comprare un quaderno da Dussmann per poterci scrivere i testi delle canzoni che volevo suonare, per poterli leggere in giro e mandarli a memoria.

Dussmann è un negozio di libri, dischi e altri ammenicoli per trentenni fidanzate con gente che scopa male. Capito, lui è lì che pontifica sulla pochezza intellettuale della nuova scuola cinematografica, mentre lei sogna di farsi sborrare in gola da sconosciuti incrociati in libreria. C'erano quaderni neri da tre euro, e quaderni neri identici con un adesivo, da quindici euro. Fui tentato di rubare l'adesivo, e di rivenderlo per dieci euro. Ci avrebbero guadagnato entrambe le parti. Presi un bel quaderno con la copertina a fiori. In fila, prima di me, due giapponesine porgevano la propria merce al commesso. Sessanta euro di orribili blocchi cromati ognuna, e due matite. La seconda giapponesina chiese istericamente che le due matite venissero subito ficcate in una busta di carta. Forse erano fatte di fosforo, o più probabilmente le tipe erano solo due inutili puttane che non sapevano come passare il tempo e spendere il proprio fiume infinito di quattrini.

Le matite atterrarono dolcemente nel loro temporaneo nido di cellulosa, centoventi monete da un euro atterrarono dolcemente nel salvadanaio del signor Dussmann. Non capisco perché tutte le orientali devono poi farsi quei capelli rossicci alle estremità, quando potrebbero tenersi quello splendido crine nero come la morte. Io amo la morte. Di vita puoi averne una sola, di morti puoi immaginartene centomila. In quei giorni pensavo di continuo a togliermi tutto il sangue, ficcarlo in delle bottiglie e darlo ad una mia amica che da poco aveva sofferto un grave lutto. Le avrei lasciato un biglietto dicendo che questo era l'ultimo stupido gesto della mia stupida vita, e che volevo donarle qualcosa di unico e mio. Probabilmente regalare la propria morte a qualcuno che avesse da poco sofferto un dolore simile sarebbe stato un gesto ridicolo, e lasciai perdere. Scrissi due o tre bozze del biglietto da lasciarle però, erano dei bei biglietti.

Pagai il mio umile quaderno e raggiunsi la fermata del tram. Con me aspettavano due belle ragazze, una mora con indosso un cappotto grigio chiaro, ed una bionda avvolta da un manto nero. Entrambe indossavano calze nere, venti e trenta denari rispettivamente. Quando si sale sul mezzo, è fondamentale avere accesso privilegiato alle gambe delle passeggere più belle. Anni di esperienza in materia ed un pizzico di fortuna mi garantirono il posto sito al vertice del triangolo equilatero individuato dai nostri tre culi. Di lì potevo calcolare i perimetri dei loro perinei. La mora in grigio guardava verso di me, la bionda in nero era al telefono e guardava fuori. Perfetto. Mi feci un bel viaggio nelle sue cosce, se le sfregava ben bene per il freddo. Un vero uomo si sarebbe seduto a fianco a lei e si sarebbe messo ad armeggiare su quel trionfo di nylon, lei ne avrebbe scorto l'animo puro e gli avrebbe chiesto dove fosse stato nascosto tutti in quegli anni. Io mi arresi alla mia mancata virilità e lavorai solo di fantasia. Guardai l'altra, sulle gambe teneva una borsa la cui fibbia era adornata da una sagoma felina. Aveva belle gambe. Amo le gambe così come amo la morte. Tirai fuori A sud di nessun nord di Hank, risi di gusto alla lettura di un paio di capoversi particolarmente scurrili e geniali.

Tre fermate dopo, quando avevo trovato il ritmo perfetto per godermi quei quattro bei cosci in fermento, salirono decine di bambini accompagnati da altri bambini quarant'anni più vecchi di loro. I quattro cosci non c'erano più, ero circondato da centinaia, forse migliaia di inutili coscette di marmocchi sormontati da ridicoli cappelli colorati di lana. Parevano degli streptococchi deformi, li odiai con tutte le mie forze. Misi su i Bauhaus. Salirono poi due mentecatti coreani, che si piazzarono proprio davanti a me. Il tram frenò bruscamente, uno dei due mentecatti coreani perse il coreano equilibrio e volò verso di me, atterrando con un pugno chiuso contro il mio zigomo.

– EHI MANGIAMERDA, QUELLO ERA UN PUGNO O SBAGLIO?
– Amico scusami sono caduto.
– AMICO UN CAZZO, ERA UN BEL DESTRO QUELLO. Ora scendiamo e risolviamo le cose da veri uomini.

Basta un pugno in faccia a farti diventare un vero uomo. Volsi il pensiero a quelle belle cosce di prima, ero pronto ad aggrapparmi ad esse ed amarle finalmente. Purtroppo erano un ricordo vecchio di un paio di fermate già. I due coreani chiesero scusa di nuovo, nell'indifferenza generale.

– Non c'entri niente tu, è stato il tuo amico a provare a stendermi.
– Amico siamo caduti. Il tram ha frenato. Finiamola qua.

Avevo rimesso su le cuffie, non volevo sentire altre cazzate. Era partita Stygmata Martyr.

– Va bene, basta che vi leviate di torno ora, e non proviate più a toccarmi.

IN NOMINE PATRI
ET FILII
ET SPIRITI SANCTUM

FATHER SON
AND HOLY
GHOST

Il bilancio di quella giornata era stato alquanto negativo sul fronte orientale. Quattro esemplari incontrati, quattro teste che avrei tagliato. Non troppi anni prima ero stato qualche mese con una vietnamita. Una bellezza inarrivata, una dolcezza unica. La lasciai perché non mi sentivo ancora un vero uomo. Un corpo come il suo non poteva invecchiare, ci aveva ancora l'etichetta cucita addosso. Ci aveva i capelli neri come la morte, e disegnava da dio. Quando si muore, ci si siede con dio, si vede per intero il film della propria esistenza, e lui ti fa qualche domanda di rito.

– Signor Caponera, benvenuto in purgatorio. Dobbiamo sbrigare qualche formalità, prenderà giusto il tempo dei trentatré anni che ha vissuto.
– Si figuri signor dio, non ho fretta.
– Posso mandare avanti veloce alcune parti se vuole.
– Mi interessano particolarmente il mio secondo e terzo anno di vita. Il primo ricordo cosciente che ho è esattamente il giorno del mio terzo compleanno. Avevo una maglia verde e dei pantaloni gialli, mangiammo una torta alla mimosa, mi regalarono un fustino bianco pieno di mattoncini lego. Spesso mettevo in testa quel fustino a mo' di colbacco inglese. Una volta ci andai per strada, i genitori degli altri bambini mi guardarono e poi dissero qualcosa all'orecchio dei propri figli.
– Signor Caponera, dicevano che lei era strano, e che non avrebbero dovuto giocare con lei.
– Dovevo immaginarlo.
– Signor Caponera, le prego di rivolgere la sua attenzione a quel tredici di aprile del duemilaeundici dopomestesso, quando diede il benservito a quella dolce creatura. Signor Caponera, che cazzo le ha detto il cervello?
– Non immaginavo che dio potesse dire cazzo. A dire il vero non immaginavo avrei mai avuto questa conversazione.
– Signor Caponera, io credevo in lei. Le mandai belle donne, volevo che lei avesse un figlio. Sa, la storia della vergine madre non ha funzionato troppo. Avrei voluto provarci di nuovo con una creatura frutto dell'Amore vero. Suo figlio sarebbe stato il figlio di dio, figlio mio cioè. Sangue del mio sangue.
– Io non volevo aver figli, né di dio né della madonna. Gliel'ho ficcato un paio di dozzine di volte a quel fiore, se la può consolare.
– Lei scialacqua le nostre risorse umane signor Caponera, la prossima volta veda di spruzzare, è per questo che vi diamo l'uccello. Ad ogni modo quel fiore è qui, ora.

Mi prese male di brutto. Non avevo notizie di lei da anni. Da quanto era morta? Eccola!

– Van bellissima nuvola mia, che ti è successo!
– Il dio cristiano mi ha voluto a sé. Dice che ho fallito nel sedurti.
– BALLE! Tu mi hai sedotto benissimo, altroché. Sono solo io che non volevo avere prole.
– Il dio cristiano dice che il frutto del nostro Amore sarebbe stato il ponte tra oriente e occidente, che avremmo salvato il mondo.
– John Lennon e Yoko Ono hanno avuto un figlio. Si chiama Sean Lennon. Poteva usare lui come cristo di scorta, no?
– Diego, dopo che mi hai lasciata ho fatto vita matta, ho preso droghe, ho scopato chiunque. Mi hanno violentata e sono morta di epatite. Al mio funerale non c'era nessuno.
– E come lo sai?
– Ho visto il video intero, quella roba che ti mostrano appena arrivi qua.
– Giusto.
– Puoi baciarmi, ora.
– Me lo immaginavo diverso l'ufficio del capo comunque. Si può dire cazzo, si può dire uccello, si possono avere pensieri impuri.
– Diego, baciami.

Mi avvicinai a quel fiordaliso morto. Chiusi i miei occhi morti. Raggiunsi quelle labbra morte.

– DIOCANE MA BRUCIANO! MA CHE CAZZO VI PRENDE QUI DENTRO
– Signor Caponera, i cani sono creature fantastiche, di cui vado sommamente fiero. Si calmi innanzitutto. Riprenda poi pure le effusioni con la signorina Van come secondo ordine, per cortesia.
– Signor dio, ho fatto molte cazzate in vita mia, ma non ho mai limonato con una marmitta di un cinquantino in moto. Perdo sangue, guardi!
– Signor Caponera, guardi che occhi. Guardi che capelli. Ci ho passato tutto il settimo giorno a tirarla su così, altro che riposo. Ne ho scartate a decine di bozze prima di ritenermi soddisfatto, c'è gente che pagherebbe fior di quattrini per scoparsi tipe che valgono un'unghia del peggiore di quei tentativi. Vada.

Pensai che magari il resto sarebbe andato bene. Era bella come l'ultima volta che la vidi, con quel sorriso perfetto, quelle fessure orizzontali chiamate occhi, quel mento leggermente pronunciato, quella pelle virata sul bruno e liscia come la seta. Le accarezzai i capelli. Mi ritrovai centinaia di anguille per le mani, che mi scuotevano elettricamente.

– STAI GIOCANDO SPORCO, DIO! PIANTALA CON QUESTA MESSINSCENA, MANDAMI ALL'INFERNO E AMEN
– Signor Caponera, sono solo dei piccoli ischerzi. La signorina Van le vuole bene, ed io ne voglio a voi due. Vi avevo scelti del resto.
– Questa non è Van, questo è solo un simulacro! Non vedi come cade a pezzi!

Numerose ciocche di capelli erano a terra, in strisciante forma animale. Le labbra erano deformate dalla combustione, la pelle avvizziva a vista d'occhio.

– Vieni tesoro, lasciati baciare! Lasciati scopare!
– FOTTITI PUTTANA DI PLASTICA, BAM

Era il mio terzo colpo, me l'ero tenuto per momenti come quello per fortuna. Il fantoccio di Van cadde a terra, si sgonfiò, si avvolse su se stesso e si ridusse ad un mucchio di foglie d'acanto putrescenti.

– E ora a noi due dio, non penserai di passarla liscia!
– Signor Caponera, vuole per caso le mostri le circostanze della sua morte?
– Non me ne frega un accidente, voglio vedere come morirà lei però.
– Io sono dio e non posso morire, checché ne dica quel tipo tedesco. Nicce, nocchie, come si chiamava? Certo ci sono andato abbastanza vicino un eternità di volte, roba di massimo tre giorni ed ero di nuovo in forma però.
– FATTI SOTTO FIGLIO DELL'UOMO, QUELLI COME TE ME LI MANGIO VIVI
– Signor Caponera abbia pietà di me, altro non sono che un povero diavolo.

Non lo ascoltai. Affondai il mio longineo pugno contro il naso di dio. Schivai il suo ritorno, fintai il sinistro e lo centrai al costato. Il nonno era arruginito, porgeva l'altra guancia.

– Dio, ti risparmio se mi dici che Van è ancora viva da qualche parte nel mondo.
– Signor Caponera, lo è. Vive a Parigi con un facoltoso studente di architettura. Ha appena finito di fare l'amore, dorme abbracciata al suo uomo. Si amano.
– Quanto cazzo ci vuole per Parigi da qui?
– Signor Caponera, lei è morto. Da qui non si esce.

Gli diedi un calcio sul mento, poi lo presi per il collo e lo strattonai.

– CHE RAZZA DI DIO SEI! Voglio essere lì in venti minuti massimo. E dammi un bel vestito, non vedi che sono pieno di sangue.
– Signor Caponera, tra quindici minuti esatti si risveglierà su un divano sito in Rue des Carmes ventisei. Sa quello che deve fare. Per il resto farò finta che non sia successo nulla.

Mi diedero un bel completo grigio, me lo cucirono addosso degli angeli con dei seni giganti. Mentre lavorano, si piantavano gli aghi contro le tette per non perderli ma non parevano soffrirne. Io sì. Mi avvicinai a uno di quei grossi cuscini carnali per succhiarlo, mi arrivò un malrovescio sul muso. Tempo tredici minuti, ero in in Rue des Carmes ventisei. Sul letto, sotto le lenzuola, Van baciava la schiena del facoltoso studente di architettura mentre gli accarezzava il petto ed il membro a riposo. Si amavano.

– Van nuvola d'oro, sono tornato!
– Marcel da dove spunta fuori questo! Un algerino è entrato in casa, aiuto aiuto!
– Van dio mi fulmini, ma quale Algeria! Sono io Diego, ti ricordi!
Merde, adesso ci penso io a questo ladruncoló. Sta' tranquilla e copriti, ma cherie.
– Scerí un cazzo, l'ho vista nuda più volte di te come minimo. Senti possiamo risolverla diplomaticamente, sono in missione per conto divino. Devo solo sbrigare una pratica col mio uccello, tempo di deporre il mio Santo Seme nel tempio sito tra le cosce di Van e tolgo il disturbo.
– Van, il tuo amicó vaneggia, chiama la polizia mentre me ne occupo.

Presi il facoltoso studente di architettura per i facoltosi capelli, lo sbattei al capezzale del facoltoso letto, gli spaccai un sopracciglio e lo mandai all'altromondo. Coup de grâce.

– Ora gli fanno vedere il video, Van. Tutta la sua facoltosa e inutile vita.
– Diego che diamine hai combinato! L'hai ammazzato!
– Sì. Non mi ha dato altra scelta. Facciamo l'amore adesso.
– Tu sei impazzito, per fortuna la polizia sarà qui a momenti e ti sbatteranno in gattabuia per sempre!
– IO TI SBATTERÒ LA GATTA BUIA PER SEMPRE!

Le feci cadere il telefono di mano, le diedi una sberla e mi misi all'opera con quelle tette piccole e perfette che si ritrovava. Neanche troppo piccole a dire il vero. Due belle tette in salute e proporzionate al suo corpo minuto, davano senso all'esistenza dei miei palmi ecco. Scesi alla gatta buia, la mia lingua sapiente e guidata da dio stesso la ammansì. Erano quasi diec'anni che non gliela spennellavo per bene. Mi venne un'erezione della madonna e la montai come dio comanda. Le spiegai la storia della seconda venuta di cristo mentre la amavo, finché non me ne venni dentro di lei. Durante tutta l'operazione non mi ero tolto il vestito grigio, era talmente comodo che si poteva scopare tranquillamente con esso indosso. Feci per scoparla una seconda volta, la gran troia se lo fece ficcare di nuovo in quel buco ancora grondante di seme santo, e mentre gli davo dentro prese un coltello da sotto al cuscino e mi recise di netto l'uccello. Quel lampo di dolore accecante mi rubò i sensi mentre lei continuava a masturbarsi con il mio duro arnese, impugnandolo per le palle. Aveva le gambe e l'inguine coperte di sangue, io morii di lì a pochi istanti. L'abito grigio non si era mica macchiato. Il facoltoso studente di architettura si risvegliò intorpidito qualche ora dopo, Van fiondò il mio ingombrante membro nella spazzatura, non prima di esserselo succhiato e ficcato per bene un altro paio di volte. Non capita tutti i giorni di potersi trastullare con un uccello vero senza doversi sorbire anche il proprietario d'altronde.

– Marcel amore mio stai bene? Hai avuto un mancamento ed hai dato una testata al letto, che spavento!
– Mi gira la testa mon amour, portami del ghiacció!

Del mio passaggio, nessuna traccia, tranne che nella passera di Van. L'estate successiva nacque Mathieu Delacroix, facoltoso primogenito di Van e del facoltoso architetto Marcel Delacroix, già facoltoso studente di architettura. Mathieu aveva i capelli neri, la pelle olivastra, gli occhi scuri, sottili e allungati. Del padre non aveva proprio un bel nulla, se non i soldi. Non sapete che risate ci facciamo qui con dio, ogni volta che quel fiore bastardo di Van gli dice che è tutto il papà.